




 |
La protesta, e poi?
Una cosa è chiara, e non da oggi: non è una
manifestazione a mandare a casa un governo. Ma è chiaro
anche che, se la manifestazione è imponente, sarà un
elemento di forte pressione politica.
Non subito, ma a breve-medio termine: quando saranno scemate rabbia e
paura, e nascerà gradualmente nella coalizione di governo un
altro tipo di rabbia e di paura.
Rabbia, perché a sinistra ci si rende conto di aver perso il
monopolio della piazza, e di essere incastrati in un governo
impopolare, con tutti i rischi che ne conseguono in caso di elezioni
anticipate (i partiti, già piccoli, della sinistra
faticherebbero a ritrovare i consensi persi, perché la loro
base, pur fedele, stenta a digerire i compromessi con il "moderatismo"
di governo); paura, perché chi guida il governo capisce
benissimo che i partiti piccoli devono temere la piazza, e
riconquistano consensi solo se mostrano di non essere "complici"
dell'esecutivo.
Cioè, tenderanno ad andarsene prima che lo faccia qualcun altro,
assumendosi tutto il merito delle pugnalate inferte al Cesare.
Un'alternativa c'è, ed è che il governo riesca a non cadere, e a riconquistare consensi a medio termine.
Possibile, ma non probabile. Perché il margine
ristretto della coalizione al Senato sarà ancora più
difficile da gestire, in un clima di sospetti tra i vari partiti della
coalizione e persino all'interno dei singoli partiti
(perché qualche senatore potrebbe aver la tentazione di
abbandonare la nave prima che affondi).
E poi, i senatori a vita, che hanno già più volte salvato
il governo: non hanno bisogno di far campagne elettorali, ma
continuerebbero ad appoggiare un governo se avessero l'impressione che
il popolo lo ha sfiduciato?
Non siamo a questo punto, e ci vorranno almeno sei mesi perché
ci si arrivi. Ma se il governo non riuscirà a
gestire bene la situazione nel breve e nel medio termine, non
avrà alcuna speranza di godersi i frutti che si aspetta a lungo
termine dalla politica che sta attuando.
Prodi, dopo una dichiarazione perfetta da un punto di vista
istituzionale ("manifestare fa parte del sistema democratico"),
è ricaduto nel vizio dell'arroganza: dopo i "siamo matti" o
"siamo impazziti", stavolta se ne è uscito con un "ma stiamo
scherzando?", in risposta a chi gli chiedeva se la manifestazione di
Roma potesse avere qualche conseguenza politica. Non
è il miglior modo di reagire. Meglio hanno fatto D'Alema e
Fassino, che, dopo aver elogiato i manifestanti e la manifestazione,
hanno difeso il governo contraccando: facendo cioè notare che il
centro-destra è sceso in piazza solo per dire "no", ma senza una
"piattaforma", dice Fassino (cioè un programma alternativo, che
però c'era nelle parole di Berlusconi: "vogliamo finire il
lavoro che abbiamo fatto bene in cinque anni di governo", ha detto il
leader della CdL - se esiste ancora -). Certo, poi Fassino si è
spinto in un'analisi sulle divisioni del centro-destra, con l'UDC che
manifestava a Palermo invece che a Roma... Nessuno dei
rappresentanti del governo si è azzardato a dire che qualcosa va
modificato, se non altro nel modo di comunicare le politiche del
governo, o nella coesione anche apparente della coalizione...
Di Pietro l'ha definita "una manifestazione di cartapesta", e Lusetti e
Pecoraro Scanio hanno dato l'impressione di ritenere che il popolo
è buono solo quando contesta gli altri.
Se Berlusconi fosse riuscito a portare in piazza 200.000 persone, la
sua carriera politica sarebbe finita, e forse i conti sulla successione
del leader si sarebbero fatti subito (e l'UDC e AN avrebbero lavorato
per l'esclusione della Lega).
Invece, Berlusconi ha vinto la sua scommessa, Fini si è
inchinato al leader, Bossi è ancora lì, capace di
arringare i suoi anche con la voce sfatta ("per questo governo, TFR
vuol dire Ti frego i Risparmi", ha detto: battuta che vale più
di mille acrobazie in politichese).
È vero, anche se non spetta al governo dirlo (troppo facile
rispondere che le divisioni dell'opposizione sono meno gravi di quelle
della maggioranza, se non altro perché l'opposizione non ha
responsabilità di governo - ovvio -): nel centro-destra le
divisioni sono notevoli. Aggiungo che, se si andasse a votare
tra qualche mese, probabilmente farebbero un cartello elettorale, come
accadde all'epoca con l'Ulivo + Rifondazione.
Un passo indietro notevole, ora che eravamo riusciti ad avere delle
coalizioni unite da un programma (i leader del centro-destra firmarono
da un notaio il programma di coalizione, e con questo si presentarono
agli elettori; il centro-sinistra ha in qualche modo presentato un
programma di coalizione quest'anno: variamente interpretabile e non
realmente fatto circolare, ma è un programma che lega i partiti
della coalizione, senza più alleanze utili a battere
l'avversario ma non a governare).
Se cade il governo Prodi, se cade troppo presto, si aprono tre scenari:
di nuovo i Ds ad assumersi le responsabilità di governo,
smentendo quanto detto fino ad ora; un governo "tecnico", con durata
e autorevolezza limitate; il ritorno alle urne, con due coalizioni
frantumate, una probabile vittoria del centro-destra (ma con un forte
aumento dell'astensionismo), e un governo costantemente perturbato dai
dissidi interni.
Se invece il governo Prodi non cade per almeno un paio d'anni, forse le
due coalizioni avranno tempo per consolidarsi, auspicabilmente anche
con un dibattito interno che lasci spazio a elementi nuovi (in termini
di idee, ma anche di persone).
Diego Malcangi
|
|